I Taralli di Racalmuto

L’ANTICHISSIMA STORIA DEI TARALLI DI RACALMUTO:

Una ricetta che mescola storia, leggenda e letteratura

I Taralli di Racalmuto (Racalmutu in siciliano) un piccolo paese della della provincia di Agrigento in Sicilia. Ha dato i natali al pittore Pietro D’Asaro, ai tenori lirici Luigi Infantino e Salvatore Puma, nonché allo scrittore Leonardo Sciascia che ne diede una rappresentazione letteraria nella Regalpetra della sua opera d’esordio.

Da dove nasca la parola tarallo, non si sa con certezza. Per cui si sprecano le ipotesi: c’è chi dice dal latino, chi dal francese addirittura qualcuno pensa che tarallo derivi invece dall’italico.
La tesi più attendibile vuole peraltro che tarallo discenda dall’etimo greco “daratos”, “sorta di pane”. Se non è chiaro da quale etimo nasca il tarallo, si sa invece dove cresce: sotto un panno che ne favorisce la lievitazione.

Come tutte le storie di ricette antiche, c’è sempre un velo di mistero legato alla nascita di un prodotto ed in questo caso ai taralli di Racalmuto. Mistero che diventa leggenda, che dà ancora più fascino alla storia.
Sicuramente il nome “tarallo“, per quanto riguarda quello di Racalmuto, è quasi improprio, visto che nel ‘700 a Napoli il tarallo, per la sua caratteristica di cibo povero, andava via come il pane, da cui deriva. Stessa cosa per il tarallo pugliese, più piccolo di quello napolteano, ma pur sempre cibo salato.
taralli di racalmuto

“a tarallucci e vino”

Lo si consumava nelle osterie, in cui si accompagnava a del vino spesso assai poco pregiato. Quest’ altra espressione è nata nelle osterie, infatti il tarallo, già di per sé alimento povero, viene ridotto al grado di “taralluccio”, a significare una combinazione un po’ futile di una disputa. Un “vogliamoci bene” di facciata, di maniera.
Oggi quest’espressione, anch’essa esportata, come il tarallo di Racamuto, in tutta Italia, sta invece a significare semplicemente il raggiungimento di un lieto fine.
La storia del tarallo di Racalmuto – che non è il tarallo palermitano e nemmeno quello napoletano – bisogna innanzitutto legarla al nome di una famiglia di dolciari.

Mitici restano i taralli di Piuzzu Lo Bue. Agli inizi del ‘900 questo noto pasticcere di Racalmuto che creò questa nuova varietà di tarallo che si differenziava dai taralli dell’agrigentino e della Sicilia.

La ricetta del tarallo di Racalmuto

La sua storia è legata alla ricetta di un noto pasticcere del passato che inventò questo dolcetto, mischiandolo con zucchero e limone e creando, forse inconsapevolmente, uno dei dolci più buoni della Sicilia.

Non si è mai conosciuta la ricetta e pare che Pio Lo Bue non l’abbia lasciata in memoria a nessuno. Ne resta però una memoria di generazione in generazione, da pasticcere a pasticcere.

Diventata ormai un segreto oppure un mistero ognuno nella propria pasticceria mette in atto con molta attenzione le regole che la tradizione impone, addirittura nella nostra pasticceria usiamo ancora il pentolone in rame per una glassatura migliore, ma non possiamo rilevarne la nostra ricetta che li rende cosi buoni ed appetitosi così per come citato nel libro Racconti di Montalbano Di Andrea Camilleri quando parla di Racalmuto e dei sui taralli.

ricetta taralli di racalmuto

Il Commissario Montalbano ha mangiato i Taralli di Racalmuto

Memorabili, inoltre, le pagine di Andrea Camilleri a cui si deve ormai più di dieci anni fa la guida per quanto riguarda la riapertura del teatro Regina Margherita e al quale va un plauso ed un enorme grazie per la sua vicinanza al paese . Nel corso di un momento di pausa, tra un’indagine e un’altra, nel libro La prima indagine di Montalbano fa spostare il Commissario Montalbano da Vigàta a Racalmuto per mangiare “i famosi taralli di racalmuto”, “…se ne mangiò così tanti da provare vriognia!!!“,( talmente erano buoni che se ne mangiò così tanti da provare vergogna) scrive Camilleri.

Ecco cosa scriveva Camilleri nel suo libro:

…Gli avivano ditto che dalle parti di Racalmuto c’era un ristorante quasi ammucchiato in una parte scògnita, ma indovi si mangiava seguendo le regole del Signuruzzu, e gli avivano macari spiegato come arrivarci… Si mise in macchina e partì. Da Vigàta a Racalmuto c’erano un tri quarti d’ora di strata, pigliando la via che passava sutta ai templi e che andava verso Caltanissetta. .. Era un gran cammarone con una decina e passa di tavoli quasi tutti occupati. Il commissario sciglì un tavolino vicino all’ingresso. Mentre si stava sbafanno il primo, cavatuna al suco di maiali condito con pecorino, dù òmini, ch’erano assittati poco distanti, pagarono, si susero e niscèro… Per secunno, mangiò sasizza alla brace. Ma quello che lo fece insallanire furono i biscotti del posto, semplici, leggerissimi e ricoperti di zucchero. I taralli. Sinni mangiò tanti da provare vrigogna”.

Il Tarallo e lo zucchero, un piacere per il palato

Fu delizia e salvezza: delizia per il palato; salvezza per la nutrizione ed valore calorico che apportava. Diversa connotazione e storia ha, invece, il tarallo di Racalmuto: che è, innanzitutto, un dolce. Un biscotto morbido e profumato al limone, rivestito con un velo di glassa di zucchero.
Infatti la sua storia nasce verosimilmente in occasione della ricorrenza dei defunti.
Ricercatissimo, infatti, il tarallo è unico e lo si trova solo a Racalmuto.
Gustosissimi e uno tira l’altro, il tarallo piaceva molto allo scrittore Racalmutese Leonardo Sciascia che ne ha scritto.